VOLONTARI AL BORGO TUTTOèVITA:
Il racconto di Giulia

Che senso ha.
Insomma ho messo insieme una valigia e mi son fatta 250 km con la spia del motore accesa per miscelare intonaco, disarmare muri, spostare blocchi Poroton, girare malta. Che comunque la spia del motore è accesa da 4 anni, solo che si era spenta un mese fa e mi preoccupava questa cosa di non vederla più lì, dove se n’era stata per tutti gli altri 348.000 km. Così, appena si è riaccesa in autostrada, mi son detta meno male.
Poi sono arrivata e mica mi aspettavo quello che ho trovato. Cioè da un lato sì, da un lato invece no. Pensavo di dormire per terra, di fare fatica, di avere freddo. Invece ho dormito per terra, ho fatto fatica, ho avuto freddo e poi dopo non volevo neanche più andare via.
Al Borgo TuttoèVita c’è il forno della pizza.
Ma voi le avete mai fatte 30 pizze in una sera?
E c’è l’orzo al posto del caffè, la tisana calda dopo mangiato, mucchi di scarpe davanti alle porte.
La mattina si medita, all’ora di pranzo si medita, la sera si medita, prima di andare a dormire si medita.
Il resto del tempo c’è sempre qualcosa da fare: si pulisce, si cucina, si sistema, si gira malta, si montano e rismontano ponteggi, si schiodano assi, si guarda, si impara, si prova.
Ognuno fa quel che sa e che può fare.
Il punto è che quando torni in quella che prima chiamavi casa tua, e non sei al Borgo, non riesci a fare colazione senza pensare all’atmosfera in refettorio la mattina.
E mentre fai le pulizie in quella che prima chiamavi camera tua, e non sei al Borgo, ti viene in mente che anche alla Casa del Pane è ora di ripassare i pavimenti, ma di sicuro.
E dopo pranzo, quando lo sai che devi alzarti e ricominciare a lavorare e non sei al Borgo, ti lavi il piatto e vai, anche se il tuo “vai” corrisponde a 5 metri per entrare in ufficio, perché ormai hai questa cosa dentro che te li immagini i tuoi compagni di cantiere passarsi blocchi Poroton fino a quando non ce la fanno più.
E tu invece sei in ufficio.
Ci sono stati almeno un paio di momenti in cui ero sicura di non farcela più al cantiere.
Poi ho guardato loro, che sono lì tutti i giorni di tutto l’anno, e ho pensato a quello che si farà alla Casa del Grano, per chi convive con una malattia oncologica, quando non sarà più un cantiere.
E insomma eccolo lì, il senso di mettere insieme una valigia e farsi 250 km con la spia del motore accesa, spostare blocchi, girare malta, fare fatica, avere freddo e poi trovarsi la sera a ringraziare qualcosa o qualcuno per l’acqua calda della doccia che a un certo punto della tua vita, non si sa come, ti sei permessa di dare per scontata.
Eccolo lì il senso di partire pensando di tornare piena di dolori e renderti conto invece che quando torni stai mille volte meglio di prima.
Ed eccolo lì anche il senso di andare in un luogo che hai conosciuto grazie a un amico di cui non sai il nome e che non hai nemmeno mai visto.
È un po’ tutto dentro a questa domanda di Padre Guidalberto Bormolini: contano di più le cose che vedi o quelle che non vedi?